Donne salute qualità della vita

Sugli incontri “Donne salute qualità della vita

Spunti di riflessione e qualche domanda di Concetta Paduanello

marzo 2010

 Ti sei mai chiesta se il tuo comportamento aiuta l’autonomia di tua figlia/o?

Le donne che hanno partecipato agli incontri sono consapevoli dell’importanza della loro storia familiare,  dei loro vissuti a partire dall’infanzia e di quanto possano essere vincolanti nella vita presente di ognuna, ma sanno anche che è difficile e complicato rivedere tutto.

L’aspetto di rilettura, di rielaborazione del passato  viene spesso vissuto come un dover mettersi in discussione che non sempre ha un’accezione positiva, ma è confuso con l’idea di dover accettare di aver sbagliato qualcosa. In realtà la possibilità di rielaborare i vissuti legati al proprio passato può permetterci di spezzare quei circuiti viziosi che ci portano a ripetere senza rendercene conto, quei comportamenti che tanto ci hanno fatto male.

Questo avviene se una madre  proietta sul figlio/a  paure e apprensioni sue e non sa rimanere all’interno dei propri confini. Se si confonde completamente con il figlio/a, gli manda messaggi contorti che possono creare difficoltà e provocare blocchi nella sua difficile fase di esplorazione del mondo. Le proiezioni principali riguardano la vulnerabilità, la fragilità e il senso d’impotenza che fanno credere che il figlio/a non sia sufficientemente attrezzato/a per affrontare il mondo e nello stesso tempo ciò permette alla madre di sentirsi forte nel salvaguardarlo/a da tutto. Inoltre paure e insicurezze personali degli adulti possono sviluppare personalità con tratti narcisistici e fragili  che creano enormi difficoltà riguardo alle capacità empatiche verso i propri figli. 

Come indicazione è utile ricordare il concetto di “madre sufficientemente buona” dello psicanalista  Winnicott così sintetizzabile: è quella madre che possiede le capacità di accudire il bambino dosando opportunamente il livello della frustrazione che gli procura, quella che riesce ad introdurre gradualmente la realtà nella mente del bambino, affinché la sua accettazione non risulti troppo dolorosa in relazione al grado di sviluppo raggiunto.

 Temo di perdere affetti e stima se dico dei no alle persone care?

Tutte sappiamo e sentiamo il corpo profondamente collegato al pensiero.  Nella pratica quotidiana è spesso molto difficile ascoltare, regalare tempo e attenzioni ai vari messaggi del corpo, cercare accortezze per prevenire danni dovuti a questa incapacità o non abitudine all’ ascolto. Infatti saper ascoltare il corpo significa diventare consapevoli che è necessario cambiare completamente o modificare alcuni aspetti della nostra vita in modo profondo e decisivo. Guardarsi dentro  porta obbligatoriamente a dar conto e tener conto dei nostri bisogni e questo si scontra facilmente con i sensi di colpa e le paure di essere abbandonate.

Il confine psicologico è la capacità di dire “sì” o “no” in maniera appropriata.
Una persona responsabile che dedica sempre tutto il suo tempo ad aiutare gli altri, soffre di mancanza di confini, e in realtà non sceglie veramente ciò che sta facendo. E’ la parte di se’ responsabile che è dominante che sta scegliendo per lei.

Inoltre quando perdiamo i nostri confini, per il fatto di non avere chiaro dentro di noi quali essi siano, siamo più aperte ed è più facile che gli altri ci invadano. La sensazione costante di essere invasa può portare a sentimenti negativi, spesso repressi, nei confronti degli altri che possono far sorgere un atteggiamento passivo/aggressivo o un vissuto di vittima o un carattere intimamente giudicante.

E’ utile ricordarsi che agli altri non sempre piacciono le persone troppo compiacenti e si rischia di non essere stimate. Essere sempre gentili può farci apparire false agli occhi degli altri, oltre al fatto che ne risente negativamente anche la salute! Ci sentiamo insoddisfatte nelle  relazioni perché non riusciamo a muoverci con autonomia, abbiamo rinunciato alla nostra vita personale facendoci carico di troppe responsabilità anche altrui…

Dipendenza affettiva: perchè ci casco?

Per le donne le relazioni con le/gli altre/i sono spesso fonte di difficoltà e sofferenze, comportano una gestione complessa ma ad esse non si vuole rinunciare, assorbano completamente le energie, anche quando c’è un chiaro vissuto negativo.

Spesso questo stato sfocia in vere e proprie disfunzioni di comportamento, per esempio in quello delle dipenze affettive. La persona che ne soffre non si sente libera di amare l’altro per quello che è, al di là delle proprie proiezioni paure e aspettattive e, nello stesso tempo, non è in grado di farsi amare per quella che è la sua natura. Ha la pretesa di manipolare il partner, tentare di cambiarlo, sente il bisogno di intervenire modificando la realtà e ha grandi difficoltà ad accettare l’altro per quello che è. Tenendo sotto controllo l’altro, si pensa erroneamente di controllare anche i propri sentimenti. Si sta insieme all’altra persona per colmare le proprie paure, i propri bisogni. Prendere coscienza di questo atteggiamento vuol dire già fare un grosso passo avanti nell’esercizio della libertà.

La dipendenza affettiva trova le sue origini nei propri vissuti infantili. Esperienze di abbandono, violenze fisiche e psichiche possono predisporre a  sviluppare tale sintomatologia. Spesso si tratta di bambine costrette a diventare adulte prima del tempo, obbligate per forza di cose, ad occuparsi del genitore o dei fratelli, bimbe buone e brave che hanno imparato presto a cucinare, a fare le pulizie, andare bene a scuola. Da adulte senza questo “dedicarsi” al bene altrui e senza questo rendersi “amabile”, le donne con questo tipo di passato non si sentono adeguate, valide: se un uomo le rifiuta non solo si sentono brutte, non desiderabili, ma non si sentono affatto donna.

Personalmente penso che queste difficoltà siano spesso collegate all’immagine che ognuna di noi si costruisce  a cui è difficile pensare di rinunciare o comunque alla paura di perdere identità e ruolo nell’intraprendere un complesso lavoro di rielaborazione. Le donne che avviano questo tipo di lavoro su di se’ alla fine non sono più così interessate e legate a quell’identità che con tanta fatica avevano costruito, perchè nel frattempo hanno cambiato profondamente la percezione di cosa le rende più serene, di cosa è più utile per stare meglio e perdono interesse per cose prima ritenute indispensabili. Per esempio ci si accorge che delegare e accettare risultati e lavori domestici svolti da altri, che non sono proprio come li si vorrebbe, può essere rilassante. Ciò è dovuto a un profondo cambiamento, al superamento del senso di inadeguatezza e di svalutazione: ora il proprio senso di se’ si nutre di altro e non di performance sottoposte a severi giudizi interiori…

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *